Il libro non ha una trama ben definita, Peter Handke raccoglie una serie di riflessioni autobiografiche durante il suo viaggio a sud della Francia. Nel descrivere i  paesaggi , sfrutta ogni singolo stimolo visivo come slancio per una riflessione profonda, tutto quello che vede “la coppia d’occhi” viene filtrato dalla sua sensibilità. La scrittura di Handke e l’opera pittorica di Cézanne sono strettamente legate, con rimandi alla Saincte Victoire, il monte che ritroviamo in molti suoi dipinti. Handke provava un senso di vicinanza e cognizione nei confronti di  Cezanne, i  suoi dipinti erano costruzioni e armonie paralleli alla natura, lui in quanto scrittore voleva cercare di trasformare il suo modo di scrivere “in una scrittura connettiva unica nella storia dell’umanità”. Handke si recherà in due diversi momenti sul monte Sainte-Victoire, entrambe illuminanti, la cosa fondamentale per Handke non è raggiungere la cima del monte ma bensì il mettersi in cammino. La prima volta che salì sul monte e lo vide da vicino non ebbe nessuna esperienza della vetta, era diventato invisibile : “Non mi consideravo sparito o dissolto nel paesaggio, ma ben occultato nei suoi oggetti”.Mentre scendeva si annunciò ad Handke il diritto di scrivere e arrivò ad una conclusione  “non pensare sempre a paragoni celesti osservando la bellezza- ma guarda la terra. Parla della terra , o anche solo del punto in cui ora ti trovi. Dillo, con i suoi colori”. In un secondo momento Peter decise di scalare nuovamente il monte per chiarire delle questioni riguardanti la stesura del libro che stava abozzando, che aveva come protagonista “l’uomo con le braccia conserte” .Decise però questa volta di portare con sé una persona, “non qualcuno di istruito, ma uno che a sua volta incespica spesso, a cui, come a certi bambini, si possano ancora porre le grandi domande. Così mi accordai con D. per trovarci ad Aix”. Nel ripercorrere quel monte a lui tanto famigliare, si trovò involontariamente sulla cima  e  individuò una traccia particolare “ il punto attorno a cui la fantasia aveva così a lungo descritto i suoi cerchi”; una frattura, che offrì ad Handke la chiave di volta “Dietro, la sagoma sperimentata della Sainte-victoire, e davanti D. nei suoi colori, come pacificante forma umana (per qualche attimo la vidi come “merlo”). Nessuno perse il controllo e gettò le braccia al cielo. Ma molto era accaduto.[…]Vorrei tentare il colpo e mirare al tutto! E vidi il regno delle parole spalancato per me, con il grande spirito della protezione; l’intervallo dell’invulnerabilità; per il proseguimento indefinito dell’esistenza”.Questo breve saggio autobiografico non descrive solo un viaggio visivo e fisico, ma soprattutto interiore, c’è un continuo perdersi e ritrovarsi, molte volte non si riesce a cogliere il limite tra fantasia e realtà.    

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